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Al di là dello specchio palustre della Lysimeleia, attraverso i pantani e i rivoli sacri del Ciane, un’isola nel verde si eleva per pochi metri come uno scudo calcareo e sottile; il suo nome “Cozzo Pantano” evoca gli stagni e le paludi che un tempo qui erano diffuse, su un così ampio spazio di territorio da giungere fino al mare che da qui dista poco meno di quattro chilometri. Nonostante ormai le paludi siano state lungamente bonificate e antropizzate, non possiamo fare a meno di ricordare le vicende storiche che questi luoghi hanno visto. Qui transitava l’importante arteria stradale conosciuta come via Elorina che conduceva alle città costiere, qui passarono eserciti e si stabilirono accampamenti durante i numerosi assedi da parte dei cartaginesi, degli ateniesi e dei romani. Questi luoghi videro durante l’assedio ateniese di Siracusa nel 414 a.C., anche l’inganno architettato dal comandante Gilippo che condusse di notte l’esercito siracusano contro i fortilizi ateniesi sul Plemmyrion, mentre questi erano distratti da un attacco navale dal porto grande.
Nella gloriosa storia greca di cui narrano questi luoghi e di cui sono vistose le rovine quali il tempio di Zeus, è necessario affiancare però una storia più antica quasi più silenziosa, lontana dalle roboanti imprese che i molti monumenti del passato ci tramandano. Risalendo le brevi balze di Cozzo Pantano che si erge per una manciata di metri sulla piana acquitrinosa delle sorgenti del Ciane di Pisima e Pisimotta, i nostri occhi si adagiano qua e la sulle conformazioni di roccia con le inconfondibili impronte dell’uomo antico. Alcune centinaia di anni prima che i greci edificassero il tempio di Zeus olimpico e il tempietto presso le sacre sorgenti del Ciane, altre popolazioni crebbero sfruttando le copiose risorse del suolo e creando una fitta rete di insediamenti. Secondo la cronologia archeologica basata su più di un secolo di studi, la prima grande cultura che si diffuse capillarmente fu quella di Castelluccio, sostituita circa 400 anni dopo dalla cultura di Thapsos (1500-1200 a.C.) che al contrario della precedente, ebbe maggiore contatto con il mare, poiché diede inizio ad un fiorente scambio commerciale con l’oriente ed in particolare con la civiltà micenea.
La cultura di Thapsos prende il nome dal grande villaggio che popolava la penisola di Magnisi a nord di Siracusa, un villaggio che nelle fasi finali di frequentazione aveva assunto i connotati di una vera e propria struttura urbana, in quanto le capanne circolari erano state sostituite nel tempo da veri e propri edifici rettangolari con più vani e persino con un cortiletto. Tra di essi si sviluppava una prima rete di strade che seppur senza una pianificazione, iniziava ad avere l’aspetto di una struttura organizzata. Lungo la costa e soprattutto sopra le alture rocciose, si rivengono ancora villaggi riferibili a quell’epoca, non così grandi e sviluppati come Thapsos, ma certamente importanti per comprendere la diffusione di questa cultura legata al mare. Tra questi ricordiamo i villaggi di: Cozzo Monaco presso Augusta, Penisola della Maddalena e Matrensapresso Siracusa.
E’evidente come a distanza di millenni trovare tracce degli abitati è cosa molto difficile e al di là del caso di Thapsos, raramente si possono osservare tracce dei fori per l’alloggiamento dei pali delle capanne come a Cozzo Monaco, per cui il segno più tangibile per la presenza di questi insediamenti sono le sepolture, le quali si distinguono chiaramente per alcune caratteristiche peculiari. Le tombe sono scavate nella roccia e quindi sono a grotticella artificiale, l’accesso può avvenire tramite un pozzetto scavato dall’alto, quando non vi sono balze da poter sfruttare, oppure avere una tipica apertura con prospetto che può essere preceduta da un lunghissimo dromos (che aveva anche la funzione di deflusso delle acque); spesso si riscontra anche un’anticella d’ingresso molto simile alle tombe della cultura precedente di Castelluccio. La camera sepolcrale era nella maggioranza dei casi a pianta perfettamente tonda e sulle pareti ad una certa altezza dal piano di calpestio, si aprivano delle piccole nicchie rettangolari, mentre il perimetro del pavimento poteva essere bordato da una bassa panchina, molto simile a quelle riscontrate all’interno delle capanne del periodo. Il soffitto era generalmente a cupola ma molte tombe avevano la tipica forma a tholos; geometria spesso raggiunta per mezzo di un coppellino concavo scavato al centro.
La stretta lingua di roccia di Cozzo Pantano a quel tempo ospitava una di queste comunità di cui la presenza è oggi solo testimoniata dalla necropoli che si sviluppa sui fianchi nord e sud dell’altura. Dell’abitato non ne rimane nulla, spazzato già anticamente dai greci, i quali sfruttarono lo spazio disponibile per costruire forse delle case rurali o persino delle costruzioni sacre. Grossi blocchi da costruzione si trovano sparsi qua e là, oltre a diversi doppi frantoi, carraie e scale scavate nella roccia. La necropoli del villaggio thapsiano però è ancora visibile, sebbene alcune tombe furono trasformate anche in tempi moderni come magazzini o ricoveri per gli animali, nei punti meno accessibili numerose sepolture sono oggi occluse da una grande quantità di vegetazione e conservano quasi intatta la loro pregevole architettura rupestre. Queste si affacciano verso pianure che hanno visto trasformarsi nel corso dei millenni da terre selvagge a distese coltivate. Cozzo Pantano è l’ennesimo sito della nostra storia più antica a due passi dalla città e completamente abbandonato nelle mani dei tombaroli che per anni qui hanno continuamente scavato abusivamente, così come testimoniato dalle numerosissime buche. A distanza di un secolo dagli scavi di Paolo Orsi, esso ci mostra ancora una volta la nostra scarsa maturità come uomini moderni in grado di proteggere e custodire i nostri più intimi tesori del passato.
Mentre la brezza sale e scuote le cime degl’alberi, i pensieri per un attimo si perdono in quello scorcio di Sicilia preistorica che appare agli occhi della fantasia in modo così diverso dall’attuale che è quasi impossibile descriverlo, e in quel volgere di sguardi che si perdono nel tempo remoto, non resta altro che l’emozione di percepire quello stretto ed indissolubile legame con le proprie radici.
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