 Avete mai provato l’ebbrezza di calarvi all’interno di un ipogeo immerso in un’antica rovina e di ritrovarvi a scendere una galleria profonda attraverso un buio così impenetrabile, da darvi la sensazione di aver imboccato la via verso il cuore della terra? Una profondità dove la mano dell’uomo e la natura si mescono, e il tanfo umido del muschio e della melma secolare, vi investono come un sospiro gelido proveniente dall’ignoto. I malconci scalini nell’esile luce di una torcia che illumina appena lo spazio attorno a voi, vi invitano in quella tenebra che si dipana in una latebra di cui non se ne vede la fine.
Antichità remote di un passato atavico, quasi di lovecraftiana memoria, attraggano i sensi dei viaggiatori e degli esploratori; emozioni di cui ancora oggi ne avvertiamo le suggestioni ben oltre le arcane paure che attanagliano le anime più sprovvedute.
Niente di più romantico e poetico è visitare le vestigia ormai sconnesse e sepolte del monastero di Santa Lucia di Mendola nelle campagne acrensi, un tempo immerse nel bosco millenario di Baulì.
L’oscurità ci avvolge molto presto appena superato l’imbocco della grotta, e ci si china quasi fino a strisciare alfine di proseguire in quella bocca oscura, mentre la prima aria gelida proveniente dalla voragine desta da subito una sensazione di abbraccio sepolcrale. Man mano che si procede però il condotto si allarga e con la luce illuminiamo le pareti di roccia che a tratti appaiono irregolari e poi levigate, tipici di un ingrottamento naturale successivamente riadattato dall’uomo. Alla mente sovvengono i rumori, la fatica e il sudore di quegli scavatori che qui lavorarono intensamente alfine di penetrare così in profondità la pietra.
Continuiamo ancora a scendere fin quando la galleria piega leggermente a sinistra e la nostra lampada illumina le pareti spettrali, dove ancora si contano i colpi degli scalpellini e si aprono a pochi metri l’una dall’altra piccole nicchie un tempo utilizzate per ospitare le torce. Ma ecco che superato il largo gomito, dopo aver arrancato sui numerosi e sconnessi scalini, giù nel fondo più nero, un’innaturale iridescenza bluastra brilla attraverso il buio come l’estremità di un pozzo in cui si riflette il cielo, ma quella sorgente non sembra acqua.
A quel punto la curiosità prende il sopravvento sulla paura dell’ignoto, rassicurati anche dal flebile barlume della torcia che in qualche modo ci aiuta a riportare alle umane proporzioni quegli spazi che altrimenti sarebbero di difficile comprensione.
Il mistero del bagliore del fondo è così presto svelato man mano che timidi ci avviciniamo: un fascio di luce proveniente da un pozzo verticale che giunge fino alla superficie, penetra azzurro l’oscurità e l’aria umida, per ritagliare a terra un cerchio perfetto di cielo sul molle terriccio.
Da qui la galleria di discesa giunge nel suo punto più profondo e prosegue attraverso una seconda galleria che risale dalla parte opposta, mentre una larga apertura si apre nell’oscurità alle spalle del condotto appena percorso.
Avanziamo prudenti attraverso la sontuosa apertura sul fondo in un ambiente ancora più oscuro; l’incedere però è difficoltoso, il pietrisco e i cumuli di terra cementata dai millenni ne coprono il pavimento per oltre un metro ma non impediscono di scorgere sul fondo della parete opposta degli archi e delle colonne che il lume inizia ad estrarre dal nero pece.
Nel silenzio non può sfuggire il tintinnare di gocce d’acqua che in quella calma irreale di suoni, echeggiano e si espandono come ad assoggettarne i sensi.
Avvicinandoci alla parete di fronte, osserviamo meglio le due colonne intervallate da eleganti arcate, queste separano un ambiente stretto e allungato, dove al centro fu ricavata una grande nicchia, un’abside. Ad oltre venti metri di profondità ritrovare una chiesa così nascosta ha sicuramente dell’incredibile e tale è la grandiosità dei lavori di escavazione degli antichi alfine di giungere in questo preciso luogo, che non possiamo far altro che cercare indizi per svelarne quale fosse l’importanza.
Le rozze pareti trasudano di gocce luccicanti e con lo sguardo attento iniziamo ad osservare nicchie, ripiani ed anfratti che si aprono un po’ ovunque, finché la nostra attenzione non è rapita da una piccola spelonca colma d’acqua sorgiva. In alto, sull’archivolto di nuda roccia che la contorna, segni, tracce, scritte confuse e simboli religiosi come la stilizzazione del monte Golgota, indicano il vero centro del culto, la ragione d’essere di tutto quanto. E da qui, da questa semplice vasca la cui acqua immota è così pura e trasparente che inizia la storia di una delle più importanti sante locali, Santa Lucia vedova romana che secondo la leggenda qui visse gli ultimi anni della sua vita, dopo essere sfuggita alle persecuzioni contro i cristiani per opera dei romani.
Santa Lucia, da non confondersi con la matrona di Siracusa che per popolarità nel tempo soppiantò il culto che qui si predicava, era una donna già anziana, la quale visse nel periodo di Domiziano e che fu imprigionata a Roma per la sua fede religiosa in Cristo. Grazie ad un espediente, insieme ad un nobile di nome Gimignano convertito al cristianesimo durante la detenzione, riuscì a fuggire e a rifugiarsi in Sicilia. Anche qui i due furono perseguitati e la leggenda narra che giunti nella frazione di Mendola a pochi chilometri da Akrai (l’attuale Palazzolo) nei pressi del Bosco di Baulì, un intervento divino aprì ai loro piedi una grotta dove nascondersi. Tuttavia i due fuggiaschi inizarono a patire la sete e gli stenti ed un secondo miracolo fece sgorgare dalla roccia una sorgente di copiosa acqua per dissetarli.
La santa successivamente morì di vecchiaia e l’amico Gimignano la condusse all’esterno per seppellirla ma scoperto dalle guardie locali, fu giustiziato.
L’oscurità prima immobile, ora si faceva vibrante nel pensiero dei millenni, perché qui in questa irreale profondità della terra si celebrava un culto intenso con migliaia di persone e di fedeli che giungevano da ogni parte per chiedere un miracolo di guarigione o per recitare una semplice preghiera. Il nome di Lucia legato alla parola Luce dal termine latino di Lux, fece nascere la credenza che l’acqua di questa fonte fosse miracolosa per la cura degli occhi e della cecità, quindi possiamo solo immaginare gli eventi e le formule rituali per l’invocazione al miracolo recitate a gran voce quasi con ossessione, mentre i fedeli bagnavano i loro occhi o s’immergevano nella spelonca. Ora vedere l’abbandono, il silenzio, il fango, lo spesso pietrame che riempie quasi del tutto l’ambiente sacro, allontanano ancor più i secoli che ci separano e le voci degli officianti e le preghiere accorate svaniscono in echi sempre più fievoli ed impercettibili. Dopo quel balzo ardimentoso nel tempo durato quanto lo spegnersi di una scintilla, ai nostri occhi e alle nostre orecchie giungono solo le immagini e i suoni concreti del presente.
Uno sguardo alla struttura della chiesa rivela quanto questa escavazione sia antica, l’ambiente, infatti, mostra le suddivisioni tipiche del culto orientale ortodosso che fa risalire la costruzione almeno al tempo della dominazione bizantina. Le colonne che separano il presbiterio dal navis, rappresentano quindi l’iconostasi con le due aperture laterali chiamate porte diaconiche e quella centrale, porta santa. Purtroppo lo strato di terra e il pietrame, sicuramente gettato dal pozzo luce nel passato, ci impediscono di indagare la pavimentazione e quindi di osservare se il presbiterio poggiava a sua volta su un piano rialzato, scandito da uno o più scalini. Accedendo con difficoltà nello spazio del presbiterio, vediamo chiaramente l’abside, alla base della quale fu scavata una fossa asportando il materiale di risulta, tanto da mettere in luce un foro nella roccia di forma trapezoidale che collegato ad una canalizzazione interna, permetteva lo sgorgare di acqua sorgiva. Sempre all’interno del presbiterio nella parete destra, si apriva l’ingresso per un piccolo ambiente identificabile con la sagrestia, dove l’officiante si preparava al culto.
Nel frattempo però abbiamo smarrito il senso del tempo, le nostre membra ora sono intrise d’umido ed infreddolite dall’abbraccio della terra e segnano che è giunta l’ora di risalire e ritemprarsi.
Uscendo dalla chiesa ipogeica, troviamo il magico pozzo di luce e la seconda galleria di risalita che iniziamo a percorrere. Ormai abbiamo preso familiarità con l’oscurità e il fatto che sul fondo di questa galleria vediamo il chiarore dell’uscita, induce una sensazione quasi opposta a quella provata durante la discesa. Il respiro si fa più ampio e il cuore si riempie a poco a poco di quella luce che gli manca.
Raggiungiamo il punto dove arriva il chiarore, qui la galleria fa una curva a gomito superata la quale si è improvvisamente inondati dallo splendore accecante del poderoso ingresso. Questo era come un’enorme frattura verticale di roccia alta sette metri e quasi del tutto scavata a mani nude; solo la parte più esterna del soffitto fu coperta artificialmente con arcate e mattoni ancora al loro posto. Lungo le pareti si aprono bocche oscure, sepolture ad arcosolio e persino una piccola catacomba con numerose tombe a fossa e ad arcosoli bisomi. Quasi nulla del macabro contenuto è rimasto; solo dopo gli scavi archeologici, i poveri resti furono raccolti e conservati in due loculi nei pressi dell’apertura.
Il contatto con il sole all’uscita arde la nostra pelle evaporandone l’umido e restituendole finalmente il colore naturale; da qui i nostri passi ci riconducono da dove era iniziata la nostra discesa nel santuario sotterraneo.
L’aspetto più appariscente delle rovine a cielo aperto, è una fossa enorme, allungata, piena di detriti e tracce di mura crollate, questa termina con un’escavazione verticale a cilindro che ne rappresenta l’abside, infatti, tale struttura, è ciò che resta della chiesa semi-rupestre, il secondo luogo di culto, forse costruito successivamente a quello ipogeico. La copertura era probabilmente lignea, ed ancora si distingue l’ingresso riservato ai fedeli scandito da un arco crollato e da scalini.
Al centro di quello che potremmo considerare l’unica navata, dove c’è l’imbocco al sotterraneo, si apriva una grande vasca quadrata al centro, destinata a battistero e collegata ad una canaletta proveniente dall’interno della parete posta al lato dell’abside; qui vi è un anfratto utilizzato come cisterna la quale a sua volta è collegato ad una canaletta connessa ad un pozzo laterale che traeva l’acqua piovana dal drenaggio di altre canalizzazioni. La cisterna è nascosta da un ambiente colonnato con due pilastri che ricordano nello stile quello della chiesa ipogeica visitato poc’anzi.
Oltre la vasca battesimale, si accedeva al presbiterio circoscritto dall’ampia abside, abside piuttosto strana in quanto consiste in un grande e regolare scavo a cilindro che percorre la roccia per tutta l’altezza e che secondo alcuni, potrebbe essere stata una struttura preesistente, forse la cisterna di un ninfeo romano.
Dalla parte destra dell’abside si accede ad un secondo ingresso riservato agli officianti, dove si attraversano due piccoli ambienti tra cui la sagrestia ed una cappella votiva. Uno di questi è il più importante in quando le pareti conservano ancora le uniche tracce di affresco di tutto il complesso. La parete sinistra è la più interessante perché in alto fa bella mostra un piccolo pannello quasi isolato, dove si scorge l’immagine di un muratore in vesti medievali nell’intento di costruire un muro, mentre a lato vi era l’intera parete affrescata con un unico e grande pannello che raffigurava la scena di un villaggio rurale, forse l’antico villaggio di Menda, citato dalle fonti storiche. Purtroppo dell’affresco non ne rimane quasi più nulla e solo nei piccoli brandelli residui si è potuto costruire la teoria della scena; è probabile ipotizzare come vi fosse anche la rappresentazione stessa del complesso monastico.
L’esistenza di questa rappresentazione è legata strettamente alla rinascita che ebbe il monastero di Santa Lucia di Mendola dopo le distruzioni musulmane; i normanni, infatti, nell’intento di rilatinizzare l’area, si impegnarono nella ricostruzione sia restaurando le strutture esistenti, sia costruendo una basilica poi andata distrutta dai terremoti secoli dopo. Importante fu l’intervento stesso di Tancredi d’Altavilla, nipote del Conte Ruggero che nel 1103 assunze l'onere della ricostruzione anche a seguito della sua grande venerazione per la santa. Alla sua morte Tancredi fu anche seppellito qui nel monastero in un luogo mai identificato.
Nella parete destra vi erano invece raffigurati dei santi di cui però a causa delle scarse condizioni di preservazione non si è potuto dare un nome.
Poco oltre gli affreschi si giunge ad un ambiente distinto da poderose colonne di pietra forse utilizzato per collegare la chiesa agli ambienti monastici, a testimonianza vi è l’apertura sulla parete di una vasca lustrale del tutto simile a quelle rinvenute all’ingresso delle chiese rupestri limitrofe.
Il cimitero si trovava nella zona rialzata della chiesa, qui oltre ai numerosi loculi ricavati nelle pareti e nel pavimento, si distinguono due sepolture a sarcofago poste su un piano leggermente rialzato e isolato, come a sottolineare l’importanza di chi vi era sepolto.
Dopo la rinascita del periodo normanno, il monastero ebbe una lunga parabola discendente attraverso tutti i secoli fino alla distruzione della basilica ad opera dal terremoto del 1693. L’abbandono e l’incuria presero il sopravvento. Intorno al ‘700 vivevano qui gli ultimi eremiti.
Solo sul finire del ‘800 fu costruita l’attuale chiesetta sui resti di quella normanna ed oggi grazie all’impegno di una valente associazione costituitasi negli ultimi anni, si cerca di riportare il culto allo splendore di un tempo, oltre al titanico tentativo di valorizzare le suggestive rovine archeologiche che richiamano una memoria importante nella storia del territorio acrense.
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Commenti
COMPLIMENTI PER IL BEL LAVORO SVOLTO, PER CASO HO TROVATO QUESTO SITO BRAVISSIMO, TI RINGRAZIO PER AVER AVUTO LA POSSIBILITA DI VISITARE ,VIRTUALMENTE LUOGHI MERAVIGLIOSI COME QUESTO.BUON LAVORO E AUGURI SINCERI.
Ho avuto piacere di trascorrere una bella giornata tra persone sensibili verso la natura e l'archeologia e questo non fa altro che rendere la divulgazione uno scambio molto bello e molto ricco.
Bosco affascinante e denso di richiami sulla storia della nostra terra.
Interessante la grotta dei santi della Trota ed altamente professionale le notizie date dal nostro accompagnatore Diego.
Vado a studiare i dieri.
Grazie e complimenti per la profonda conoscenza dei luoghi e della storia.
Confermi la mia convinzione che le persone preparate ed intelligenti accompagnano queste doti ad una generosa disponibilita'.
Ti auguro un mondo di successi che hai ampiamente mostrato di meritare.
Claudio
Il sito di Santa Lucia di Mendola è visitato da me da quando avevo 9 anni, poichè in quei paraggi ho un terreno con una casa.
Le foto si riferiscono a prima dell'istituzion e del parco di noto e alla tutela dell'associazio ne volontaria che ne cura la custodia.
Per visitare l'interno si dovrebbe chiedere autorizzazione alle autorità gestori del parco e non è una cosa molto facile viste le condizioni di scarsa fruibilità e l'assenza di interventi di messa in sicurezza.
volevo farle i complimenti per gli articoli scritti e per le foto. Sicuramente ne trarrò spunto per qualche bella escursione.
Una curiosità: visto che il sito di Santa Lucia di Mendola non è visitabile come lei ha già detto, ma è possibile visitare il sito dall'esterno come ha fatto a fare quelle foto ?
Un saluto ed ancora complimenti
Francesco
www.francescoinviaggio.it
Se non sarò autorizzato, pazienza, ringrazio lo stesso il sig. Barucco per le sue splendide foto.
Cordialmente
Sergio Bertoni
Fortunato incontro sul web! Buon lavoro.
Federico Bruno (Pachino)
Aimè il sito di Santa Lucia di Mendola al momento non è visitabile in quanto non vi sono le condizioni di sicurezza.
Si può comunque raggiungere il sito ed vedere le rovine dall'esterno. Non è molto ma può dare qualche piccola soddisfazione, il sito è molto suggestivo!
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