 Ci siamo già occupati tempo addietro di quella superstrada degli antichi, la straordinaria valle dritta e vasta che solca e separa a nord l’altopiano degli Iblei dalle montagne delle regioni centrali e settentrionali. Una fenditura che nulla ha a che vedere con le mirabili cave che rigano tortuose l’altopiano a sud, bensì la conseguenza di un drammatico contatto tra le due grandi placche terrestri di Africa ed Europa. Diventa un’esperienza suggestiva trovarsi ai margini e all’interno di una così straordinaria particolarità geologica, lì dove avviene il contatto tra due immense zattere che giocano e al contempo sconvolgono i paesaggi con una lentezza che sfugge totalmente alla percezione dell’uomo. Le ferite di un tale e titanico scontro, si osservano qua e là lungo questo confine come antiche effusioni laviche e addirittura, come emissioni idrotermali visibili ancor’oggi, come i laghi sulfurei dei sacri Palici, epicentro leggendario di quel popolo indigeno dei siculi ed oggi, purtroppo, inghiottito da una modernità rozza e pachidermica.
Ma scorrendo per questa gigantesca valle, oggi chiamata dei Margi, osserviamo i numerosi insediamenti umani evoluti nel tempo nei paesi dell’entroterra catanese, mentre, sulle cime più alte, ruderi di fortezze e castelletti dominano e scrutano, con gli occhi di una volta, quella che era considerata la via più breve e diretta per raggiungere facilmente queste regioni. Non sorprende la presenza di un alto numero di queste costruzioni, edificate per calcolati scopi di sorveglianza e difesa fra le tante dominazioni che qui si susseguirono l’una dietro l’altra, stimolando nel tempo una rincorsa all’incastellamento su tali imprendibili alture.
Ecco quindi che tra abitati scomparsi e non, le fortezze di Mineo, Catalfaro, Occhiolà, Serravalle e Caltagirone ne sorvegliavano il passo, permettendo di premunire le difese anche su grandi distanze. Sebbene ormai quasi tutti i castelli e le torri furono sviluppati a partire dalla dominazione normanna, molti di questi caddero nell’abbandono alla fine della guerra dei novant’anni che vide gli aragonesi dominare su queste terre. Senza più manutenzione e cura, divennero preda dei fenomeni naturali e dell’uomo che pian piano li smantellò, là dove i crolli permettevano una facile estrazione di conci da riutilizzare. Tuttavia, un castelletto tuttora resiste: la fortezza di Serravalle, che dalle irte cime di Cozzo Pizzuto si distingue per la fierezza e la sorprendente integrità. Percorrendo la strada statale non si può fare a meno di non ammirarla. Il tono di sfida con il quale le ripide pareti s’innalzano dallo sperone, tuonano contro i secoli trascorsi e segnano una rara testimonianza di un passato ormai travolto dalle svariate distruzioni.
Era uno di quei giorni d’inverno, quando la natura si diverte ad ingannare gli uomini mostrando sole e pioggia allo stesso tempo, che partimmo alla volta del castello e come in tutte le imprese che prevedono l’assedio con armi o macchine fotografiche (da un certo punto di vista poco cambia) di castelli su cime inespugnabili, anche qui la conquista non poteva essere più difficoltosa. Solo una tortuosa trazzera ci venne in aiuto tra uno scroscio di pioggia e un colpo di sole. Giunti al suo cospetto, i raggi solari colpivano le spigolose pareti creando forti contrasti, mentre dietro cumulonembi si addensavano per poi smembrarsi in lunghi piumaggi di piogge imminenti. Era attraverso l’incessante vento e gl’improvvisi cambi di luce che la torre e le fortificazioni scandivano il loro tempo in modo assai temerario, come lo stilo di una gigantesca meridiana. L’impianto originario del castello era solo una torre a base quadrata, che dallo studio delle informazioni storiografiche e documentarie, era possibile far risalire al XIV sec. e quindi contestualmente collocabile all’interno della guerra dei novant’anni fra le fazioni catalane e latine. La torre aveva la funzione di dominare sulla valle ed in particolare di controllare la strada che venendo dalla piana di Catania, passava per Mineo e raggiungeva Caltagiorne, fino ai borghi più interni. Nel corso dei secoli successivi, il complesso fu ampliato con l’aggiunta di fabbriche addossate alla struttura, mentre è nel XIX sec. che furono apportate le ultime modifiche ad opera dalla famiglia Grimaldi, proprietaria della struttura fin dal XVI sec. Il sopraggiungere di una grandinata improvvisa ci fece correre ai ripari presso le vecchie mura all’ombra di un sicomoro. Le intemperie ci concedevano ben pochi intervalli, mentre il roboare dei tuoni in lontananza non sembrava scuotere quella costruzione così come i nostri cuori infreddoliti. Nei brevi ma energici momenti, fra l’oscurità ed gli improvvisi bagliori solari che affettavano l’aria, il castello di Serravalle, isolato nel suo misterico silenzio, ci regalò quel barlume di un medioevo intenso quanto mai raro.
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