 Poche parole per una di quelle piccole perle nascoste in questa isola, una delle tante impronte del passato che riemergono dai secoli come tracce di un meta linguaggio scolpito e modellato nella bianca roccia degli Iblei. Un libro di storia aperto al cielo dove chiunque, con chiarezza, può risalire la scala del tempo, leggendone fra le righe le nostre più remote origini. Ancora una volta eccoci qui per parlare di popoli millenari, quei popoli che furono i primi ad imprimere concretamente le impronte della loro presenza sul morbido calcare bianco della Sicilia sud-orientale.
Benché fossero popoli con abitudini non dissimili dalle primitive civiltà neolitiche e benché non abbiano lasciato imponenti costruzioni paragonabili a Stonehenge o alle piramidi d’Egitto, la loro presenza qui è ovunque, e spesso sorprende per concezione architettonica in quanto alcune costruzioni sembrano richiamare abitudini di un culto piuttosto remoto ed imperscrutabile. Grazie alla proprietà dei calcari di questi luoghi di trasformarsi in eloquenti libri di storia, queste impronte appaiono più e più volte impresse nelle ripide balze calcaree o nelle cave più impervie, per cui non è raro imbattersi in esse quando si passeggia fra le campagne del siracusano e del ragusano. Queste impronte di cui stiamo parlando sono semplicemente tombe, la traccia più suggestiva delle prime civiltà del bronzo che segnarono la fase più evoluta prima dell’avvento dei greci. Dal 2200 a.C. fino al circa il VII a.C. i popoli indigeni di queste zone ebbero l’abitudine di conservare i loro defunti all’interno di piccole grotte artificiali scavate nella roccia e sulla base di quelle architetture oggi possiamo distinguere le varie fase e i vari influssi culturali. La prima civiltà ad importare quest’usanza è chiamata cultura di Castelluccio
, di cui già abbiamo parlato più volte. I castellucciani abitarono le lande sud-orientali tra il 2200 a.C. e il 1800 a. C. prima di essere spazzati via dall’arrivo di successive ondate di popoli fino al 1400 a. C. quando giunsero i Siculi, i quali più tardi, si scontrarono con i coloni greci per il possesso di queste terre.
E’ molto raro ad oggi riuscire a trovare tracce delle capanne dei molteplici villaggi che si diffusero ampiamente fino alle Madonie e l’Etna, ciononostante la presenza di queste comunità è segnata grazie alle necropoli che più o meno ampie, sono il più concreto indizio di un insediamento preistorico. Nella cultura castellucciana una singola tomba serviva per contenere le spoglie dei membri di un’unica famiglia, per cui non è raro trovare necropoli anche di poche tombe nel caso in cui l’insediamento fosse stato costituito da un solo clan familiare. Le tombe dei castellucciani hanno la caratteristica di avere una doppia camera, poiché la stanza sepolcrale è spesso preceduta da un’anticamera o anticella la quale può essere più o meno ampia, mentre il prospetto può presentare una caratteristica decorazione a bassorilievi costituiti da una serie di pilastri in rilievo o in casi più rari, a tutto tondo, conferendo una straordinaria percezione di profondità e monumentalità. Sono proprio queste tombe con pilastri in rilievo che possono essere considerate come la massima espressione architettonica che questo antico e a tratti misterioso popolo, ci ha lasciato, pertanto nel momento in cui ne viene scoperta una, l’attenzione degli esperti è massima dato che potrebbe suggerire nuovi interessanti spunti di riflessione.
Non lontanto dal paese di Melilli, comune della provincia di Siracusa, in contrada Timognosa, all’interno di un terreno privato ed in un’anonima balza lungo un dolce pendio che cinge una delle tante valli dell’altopiano, una di queste primitive tombe a pilastri emerge dal passato in tutta la sua bellezza. Il suo aspetto è quanto mai peculiare a causa dell’approssimazione con la quale sono stati scolpiti i tre pilastri superstiti di cui uno addirittura non del tutto staccato dalla roccia! Questo sepolcro fa parte di un piccolo complesso di tre tombe castellucciane le quali testimoniano la presenza di un piccola comunità che data l’approssimazione con la quale furono scavate le altre due semplici tombe a grotticella, potrebbe indicare una fase ormai tarda. La tomba a pilastri di Timognosa, conosciuta prevalentemente solo dagli esperti, è un’incredibile presenza che comunica come anche in una zona così sperduta ed isolata questi indigeni continuassero a tenere in grande considerazione, benché con poveri mezzi, il rapporto con la morte e la religiosità.
Tuttavia, esaminando nel dettaglio l’ingresso della tomba, si scopre la presenza di tracce di bassorilievi che dovevano abbellire il bordo, un dettaglio ancora più raro se si pensa che l’altro unico esempio è la celeberrima Tomba Orsi a Cava Lazzaro nel territorio rosolinese. Nel consunto calcare si distingue ancora un rettangolo dai bordi smussati con all’interno inscritto un cerchio forse puntato, il quale potrebbe richiamare una simbologia relativa al culto solare, molto diffusa nel neolitico. Ecco quindi come una piccola comunità indigena composta da pochi membri, di cui ormai non ne restano tracce, se non qualche frammento di selce e di ceramica, nell’estremo sforzo di preservarsi nell’aldilà abbia lasciato una delle più importanti impronte del loro passaggio, che desta oggi una grande meraviglia nonostante siano ormai trascorsi più quattromila anni e non è più quantificabile la differenza culturale con la quale ci si è costretti a scontrarsi.
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Commenti
credo che il dott. Diego Barruco, sebbene lo si voglia crocifiggere per le sue gravissime omissioni per non avere citato il dott. Italo Russo, con le sue immagini, descritte con encomiabile passione e non con scientifiche parole, riesca a colpire le menti di tanti che ammirano le nostre bellezze con gli occhi umili di chi ama in modo semplice il bello. In Sicilia l'archeologia scientifica, ahimè!, non è riuscita in alcun modo a salvaguardare il nostro territorio, perché spesso rinchiusa in sterili puntualizzazion i, sempre pronta a mandare qualcuno al patibolo spesso per la fobia del mancato appagamento del proprio narcisistico sapere che per un sincero desiderio di divulgazione del sapere stesso.
Diego continua così, nella speranza che altri siano ispirati da questi atteggiamenti civili.
dott. Italo Giordano
Non metto in dubbio le qualità di studioso del dott. Russo, quanto per l'atteggiamento assunto nel commento da lui riportato che dal mio punto di vista non è stato meritevole di risposta da parte mia sui punti da lui segnalati. La sua reazione è stata scatenata da una mancanza da parte mia di non aver citato i suoi lavori in merito ai reportage di Petraro e Timognosa, cosa di cui non sono tenuto fare, in quanto i reportage fotografici sono associati a semplici articoli giornalistici e divulgativi, e non scientifici.
Nel caso di lavori di valenza scientifica, quale ad esempio il catalogo delle tombe monumentali castellucciane visibile in questo sito, i lavori del dott. Russo sono stati riportati correttamente in bibliografia.
Io non conosco di persona il dott. Russo e lui non conosce me, pertanto non reputo giustificabile l'atteggiamento assunto nel commento da lui riportato nei miei confronti, dove è vero che si evince una dura critica nella quale si ha poco spazio di replica, ma addirittura delle accuse di plagio che non stanno ne in cielo ne in terra.
Mi sarebbe piaciuto rispondere e replicare alle questioni sollevate sul villaggio del Petraro, tra cui la datazione della fortificazione, e la presenza del villaggio stentinelliano, come la presenza di faune animali nel periodo, ma l'atteggiamento del dott. Russo non ha dato un sereno spazio di replica. Inoltre un secondo commento da lui riportato in risposta al mio, è stato volontariamente da me tolto dalla pubblicazione in quanto avrebbe certamente leso la sua immagine di studioso per le frasi poco civili riportate che nulla avevano a che fare con la critica e l'archeologia.
Mi dispiace molto questa storia che posso assicurare non essere dipesa dalla mia volontà. Il sito Sicilia Fotografica è sempre stato un punto di incontro di studiosi del territorio, dove con grande umiltà e amicizia vi è sempre stato un equo scambio di opinioni, senza atteggiamenti di superiorità intellettuale, ma solo volti alla divulgazione delle bellezze storiche e naturalistiche del terriotorio.
Le rivolgo i miei più cordiali saluti.
Desidero qui dirle che conosco da tanto tempo Italo Russo, e mi creda non è una persona maleducata. Persona severa nel tutelare e conservare la memoria storica di questo nostro territorio, senz'altro !!! Persona molto disponibile e preparata, insomma un ottimo compagno di escursioni. Sono sicuro che non voleva affatto mancare di rispetto. Credo, conoscendolo, che volesse essere severo solo nella critica, esagerando nel rimarcare gli errori, se errori si possono chiamare. Mi sono permesso di scrivere questo commento perchè penso che fra noi studiosi, deve esserci una cosa che ci accomuna: rispettare, conservare e tutelare, quello che ancora rimane della nostra cultura.
Cordialmente
Sebastiano Lanteri
Purtroppo, a leggere i commenti, il mondo gira sempre nella stessa maniera: ci sono persone, a volte studiosi, più o meno famosi, che per il semplice fatto di essersi dedicati ad un sito, ritengono di esserne divenuti i proprietari e anzichè promuoverne la conoscenza e la fruizione anche tra i non addetti ai lavori si limitano (se va bene) a pubblicare tecnicissimi saggi e a criticare chiunque abbia un approccio diverso dal loro. L'occasione per la pubblicità gratuita per i propri scritti comunque sembra essere sempre bene accetta.
Auguri di buon lavoro a tutti.
Punto primo non sono un archeologo e non pretendo di esserlo, quindi non ho l'obbligo di avere e conoscere l'intera bibliografia sull'argomento; punto secondo questo sito web, non so se lo avrà notato, è un sito di FOTOGRAFIA del territorio, e gli articoli da lei menzionati, non sono articoli scientifici bensì semplici REPORTAGE FOTOGRAFICI, che non hanno nulla a che vedere con pubblicazioni scientifiche, infatti, come ha osservato non vi è segnata alcuna bibliografia. Vi sono e ci saranno sicuramente sviste, in quanto non essendo del mestiere, me lo posso permettere, come mi posso benissimo permettere di romanzare a mio piacimento qualunque argomento voglia, non credo che ci siano imputazioni penali se restiamo in ambito creativo.
Accetto molto ben volentieri qualunque critica ed in passato ho avuto diverse segnalazioni di puntualizzazion e dei miei scritti che ho provveduto a correggere, soprattutto quando tali segnalazioni mi sono state rivolte con umiltà ed educazione, qualità che aimè, nel suo caso, nonostate la sua professionalità , vengono a mancare.
Cordialmente
Dott. D. Barucco
Se voleva che la gente conoscesse la tomba di Timognosa, unica in Sicilia nel suo genere, bastava che avesse rimandato il lettore al contributo: Megalitismo ridotto mediterraneo: nuove acquisizioni sull'Architettu ra funeraria monumentale della prima età dei metalli nella cuspide sud-orientale della Sicilia, da me scritto in quanto primo scopritore della necropoli, e quindi pubblicato, dopo severi studi archeologici, su Archivio Storico Siracusano s.III,VI (1992) a cura della Società Siracusana di Storia Patria. Lo stesso dicasi del Petraro di Villasmundo, dove la struttura muraria, sfuggita anche all'attenzione dell'Orsi, fu da me scoperta nel 1959, dove fu evidenziata la presenza di due insediamenti sovrapposti (elemento castellucciano su elemento neolitico e basta), dove condussi scavi per anni di assiduo lavoro per conto della Soprintendenza, a seguito dei quali ho pubblicato in tre successive edizioni (codice ISBN 978-88-902640-8 -5) che lei, vista la sua grande erudizione dovrebbe conoscere così come sono note in Università che vanno da Malta alla Sorbona, ad Istanbul, per l'emblematico titolo di Il Petraro di Villasmundo, Quaderno n. 3 della serie dei Quaderni di Archeologia preistorica, ed EdM e Morrone.
Se lei, invece di farsi trascinare dal cuore e dalle sue scarse conoscenze archeologiche(? ) si fosse recato presso una libreria di Augusta o avesse attinto alla Biblioteca della Società Siracusana di Storia Patria,o alla Biblioteca comunale di Siracusa, o alla Biblioteca dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Catania,e si fosse aggiornato attingendo ai primi scritti dell'autore delle scoperte, forse oggi non scriverebbe tante corbellerie che ho trovato nei suoi senzazionali articoli. Qualcuna delle corbellerie? Al Petraro, in anni ed anni di scavi, non si è mai trovato traccia di animali pericolosi: l'unico animale riconosciuto tra i taxa noti nella letteratura archeologica del Petraro, oltre al cane, un cervide, che avrebbe potuto essere selvaggio ma non pericoloso per l'uomo; la struttura muraria esistente a Thapsos non è Castellucciana, come ha scritto il Voza, ma del Bronzo medio.
Se deve dilettare i suoi lettori, scriva un SUO romanzo oppure, se proprio vuole parlare di Timognosa od altri insediamenti nella fattispecie preistorici, citi almeno la fonte prima, almeno per correttezza ed educazione consuetudinaria , così come è d'uso in ambito scientifico.
Spero che questo "contatto" le servirà.
Cordialità
prof.Italo Russo Augusta, 0931983289
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