
Fra le ultime e fiere colline del tavolato ibleiano, a limitare della valle dei Margi verso le lande catanesi, esisteva un tempo il piccolo borgo medievale di
Occhiolà , un modesto agglomerato di case rurali e piccole chiese sovrastate da un poderoso castello. Esisteva però solo un tempo, infatti, alla stregua di tutti quei borghi grandi e piccoli tardo-rinascimentali del Val di Noto, anch’esso non poté sfuggire alla mala sorte inflitta dal tremendo terremoto del 1693. I superstiti, circa la metà della degli abitanti iniziali, si riorganizzarono quasi subito decidendo in poco tempo di ristabilirsi più a valle fondando l’attuale paese di Grammichele.
Occhiolà con i suoi 3000 abitanti era un semplice paesino montano sorto inizialmente da piccoli aggregati di contadini e pastori, forse lontani discendenti di quei coloni dell’antica
Echetla, centro siculo ellenizzato, menzionato da Diodoro Siculo per l’occupazione nel 309 a. C. da parte delle truppe siracusane e di cui Paolo Orsi ne trovò abbondanti tracce in tutta l’area scavando parte dell’abitato e della necropoli.
Le prime notizie del borgo medievale tuttavia risalgono solo al tardo medioevo, infatti, in un documento di Pietro d’Alagona del 1282 inviato al giustiziere del Val di Noto si fa menzione del borgo di
Alchila, mentre più tardi nel 1398 si fa riferimento al toponimo di
Ucchialà , nome che in seguitò si trasformerà in
Occhiolà . L’assonanza seppur remota con il termine
Echetla è molto suggestiva e non è possibile escludere del tutto l’ipotesi di una provenienza etimologica dal nome dell’antica città greca.
E’ difficile però stabilire se l’abitato abbia assunto la struttura di borgo in seguito alla fondazione del castello o viceversa, nonostante ciò Occhiolà crebbe durante tutto il periodo medievale sopravvivendo di pastorizia ed agricoltura ed in seguito al progressivo aumento demografico, si arricchì anche di personaggi illustri quali medici, giuristi, notai, e commercianti. Non dovrebbe essere quindi difficile riuscire ad immaginare questo piccolo borgo alla fine del seicento come un paese genuino e pacifico fatto di gente semplice, un paese dove girare fra le strette vie era come immergersi in atmosfera antica fatta di tanti odori e suoni provenienti delle botteghe degli artigiani e dei commercianti, mentre lungo le strade donne intente alla filatura intonavano antichi canti popolari e vociferavano sui fatti di paese. Nelle strade la vita sociale era il centro delle attività e dei giochi dei più giovani tra cui la trottola, tanto che un’ordinanza cittadina vietò ai bambini di giocare davanti alla chiesa del Santo Spirito del rione omonimo, come forma di rispetto per le funzioni religiose.
Poi il 9 gennaio del 1693 una scossa di terremoto intensa provocò ingenti danni alle abitazioni ed alcune crollarono nonostante ciò con grande spirito tipico della gente del posto si provvide subito a rimediare iniziando a riparare i danni subiti e a ricostruire le case distrutte. Purtroppo però il peggio doveva ancora giungere, non trascorsero che due giorni quando l’11 gennaio alle 14 mentre gli abitanti ricomponevano i muri riponendo pietra su pietra, il colpo di grazia si abbatté definitivamente con una terribile scossa della durata di un quarto d’ora tanto da sgretolare ogni più viva speranza di ricostruzione. Subito dopo un violento temporale apparve gettando nel panico i pochi sopravvissuti.
Perdurò si fiero terremoto per lo spatio di un Miserere; onde que miseri scampati dagli offendenti sassi e cadute maramme, semivivi e dolenti, tante statue sembrando, privi di spirito, in piedi trattener non si potevano. Gli occhi alla luce aprirono, e vedendo non esserci pietra sopra pietra, si abbagliò dalle lacrime la vista, e dal fremore e timore si sentiva ognun l'anima esalare.
Questo scrisse
Mario Centorbi giurista di Occhiolà nel suo tragico racconto di quei giorni: Ragguaglio Lacrimevole, testimone oculare del tragico evento in cui vide perire circa 1500 persone. Benchè la tragedia si era abbattuta con tale violenza tanto da stravolgere tutti quegli equilibri e tradizioni sociali ormai consolidati da diversi secoli, i sopravvissuti dimostrarono una grande forza ed impegno nel voler ricominciare una nuova vita, una determinazione quasi eroica se si pensa ad altre città che subirono in egual misura tale distruzione. Quasi immediatamente fu informato il principe
Carlo Maria Cafara Branciforti che all’epoca abitava al castello di Mazzarino che con grande celerità inviò viveri ed aiuti alla popolazione e si caricò della responsabilità di far rinascere il borgo in un luogo più agevole. Egli con l’aiuto dell’architetto Michele da Ferla tracciò il disegno della nuova città su una tavola d’ardesia adottando l’esagono come matrice di sviluppo della pianta di quello che poi sarebbe diventato l’attuale Grammichele.
Il 18 aprile del 1693 in tempi record iniziarono i lavori di costruzione del nuovo borgo dopo che il principe in persona ebbe piantato, con una memorabile cerimonia, la prima pietra ad uno degl’angoli della futura piazza esagonale.
Ma cosa resta ad oggi di Occhiolà , di quell’abbandonato paese avvolto nel silenzio della storia da più di tre secoli? Grazie ad un’intelligente impiego delle risorse di cooperazione fra comune ed enti privati, l’area di Occhiolà è stata sottoposta ad intervalli regolari a scavi archeologici sistematici con l’istituzione di un parco archeologico attrezzato con percorsi turistici e cartellonistica che ha portato ad una totale rivalorizzazione dell’area; un grandissimo esempio di gestione e sano sfruttamento delle risorse territoriali come omaggio alla cultura e alla memoria, tanto che provincie ben più ricche di aree archeologiche come Siracusa dovrebbero prendere in alta considerazione per imparare qualcosa sulla qualità di progettazione e gestione dei parchi.
Entrando, scorgiamo subito i resti delle case del rione del Santo Spirito e come in un piccola Pompei possiamo camminare nei pochi vicoli fra gli ingressi di quelle umili case e di certo qui i nostri animi non rimangono indifferenti al pensiero dell’immane tragedia del sisma: i suoni dei canti provenienti dai quei tempi lontani si trasformano in urli e gemiti di disperazione, e sospiri di pianto trasudano da quei pochi muri ancora in piedi. Ma si prosegue, ed imbocchiamo una strada in salita con spessi muri a secco ai lati la quale attraversa i ruderi di botteghe e case conducendoci sul poggio dove sorgeva quel grande castello di cui l’imponenza ora è solo appena appannaggio della fantasia.
Una dolce brezza ci avvolge silente mentre ammiriamo il vasto panorama della valle dei Margi da un lato e i colli su cui poggiano i ruderi del borgo di Occhiolà dall’altro. In tutto ciò è molto difficile descrivere l’insieme delle emozioni che se ne ricava, la visione si trasmuta come una lastra di vetro trasparente attraverso la quale intravvediamo quel tempo lontano in cui le vicende umane, forse non molto dissimili da quelle di oggi, scorrevano serene ed ignare la loro discendenza secolare e si percepisce ancora un sottile legame di ricordo ed affetto fra l’attuale paese e il vecchio. La cura di quel parco, le parole scritte sulla lapide d’ingresso in occasione del terzo centenario del sisma, mostrano qualcosa di più che il semplice rispetto per i propri padri ma una tradizione tipica della cultura che si tramanda dal passato come monito per le generazioni future, e come quei saggi proverbi orali anche Occhiolà diventa metafora dello spirito siciliano che al di là degli infausti eventi naturali o umani, non conoscerà mai tramonto.
Il presente articolo divulgativo e le fotografie mostrate sono protette dalle leggi sul diritto d'autore. Consulta le norme di utilizzo.
Commenti
Il termine Vallo suona male al giorno d'oggi e quindi erroneamente viene più facilmente interpretato come valle che al contrario è femminile.
ANCORA COMPLIMENTI PER IL MAGNIFICO ARTICOLO.
DAVIDE CIANCIO
Cari saluti!
RINNOVO CARI SALUTI
RSS feed dei commenti di questo post.