
Erano tempi tristi nel VI sec. a. C. sull’altopiano ibleo per il popolo dei siculi, e gli ultimi baluardi di una primitiva popolazione che non si era evoluta per secoli rimanendo allo stato di semplici villaggi, sopravvivevano a stento nei monti arroccati dell’entroterra, erano tempi bui che presagivano un’inarrestabile e lenta diluizione all’interno dell’invasore greco sempre più forte ed opportunista. Non poteva essere altrimenti: i greci erano molto più evoluti ed organizzati e con ciò costituivano il futuro, erano il rinnovamento sociale ed economico, con una cultura ed una scienza così avanzati che li aveva condotti a scoprire la raffinata materia della filosofia.
Al contrario i siculi, come un retaggio di un antico stato dell’uomo proveniente direttamente dal neolitico, il quale aveva saputo evolversi fino all’uso dei metalli generando anche dei culti religiosi molto forti, era rimasto come alle origini e lentamente aveva iniziato la sua spersonalizzazione come un’inarrestabile perdita dell'identità culturale.
All’epoca questi erano arroccati nei più strategici siti di controllo del territorio ed ogni villaggio costituiva una zolla a se stante di un insieme più vasto, il quale però non sviluppò mai un’identità unica di popolo, nonostante fossero trascorsi quasi mille anni da quando sbarcarono sulle coste siciliane cacciando a loro volta i primitivi popoli indigeni. La causa di una tale staticità era forse da ricercare nel loro perfetto equilibrio sociale che non aveva stimolato la necessità di costituire un vero popolo unificato.
La storia narra però che in uno di questi millenari villaggi ed in particolare nel villaggio di Menai, un baldo giovane di nome
Ducezio, appartenente ad una famiglia sicula aristocratica, avvertì un grande senso patriottico fin dalla tenera età, nutrendo al contempo pensieri di rivalsa per quel mondo che pian piano vedeva scomparire portandosi dietro tutte le usanze e i rituali che fin da piccolo fu abituato a vivere e a venerare. Vedendo quella triste disgregazione, crebbe in lui l’idea di riunire tutti i villaggi e le sue genti sotto un unico vessillo con la speranza di scovare nell’intimo quell’identità che fino ad all'ora era sempre sfuggita e con la quale poteva permettere l’ardore di salvare se stessi e le proprie usanze dall’estinzione totale verso cui i greci li stavano conducendo. Egli rivendicò come popolo le proprietà delle terre che prima erano appartenute ai siculi e con tale energica determinazione fondò persino una nuova capitale dal nome Palikè, proprio sul santuario siculo dei fratelli Palici, allo scopo di ribadire ancor più una presenza viva e radicata di se stessi in quella terra sin dalle più remote profondità. Quel sogno forse poteva ancora essere una realtà se vissuto così intensamente.
Ma ben conosciamo la storia, sebbene Ducezio riuscì davvero a riunire i clan dei villaggi e ad organizzare la resistenza, ormai era troppo tardi, esso dovette fare i conti con un esercito molto più preparato ed organizzato nonché numeroso.
Pertanto col senno di poi non ci resta che ammirare tale determinazione e come quella passione riecheggia ancor’oggi brillando come uno dei momenti più belli della storia siciliana.
Chi l’avrebbe mai detto però che il più vivido testimone di questi fatti seppur indiretto fosse racchiuso dentro due grotte in pieno territorio di Palikè.
Siamo nel 1960 quando uno studente universitario di nome di Aldo Messina trovandosi sul monte
Caratabia esplora due grotte, già intensamente frequentate in antico come rifugio di pastori o stalle, ma che grazie al suo occhio clinico e sapiente riuscì a condurvi un’eccezionale scoperta. Sulle pareti di queste apparivano dei chiari segni di graffiti che sulla base sia dello stile che della consunzione della roccia non potevano essere che molto antichi e con estrema probabilità associabili all’ultimo periodo siculo. Messina comprese certamente subito che si trovava di fronte ad una grande scoperta, poiché ciò che aveva di fronte era un rarissimo esempio di arte rupestre sicula dell’ultimo periodo con uno stile del tutto spettacolare.
Le due grotte di Caratabia sono due grotte artificiali a pianta rettangolare, la principale possiede una seconda stanza che si apre con un’apertura sulla parete di fronte all’entrata; inizialmente costituivano dei sepolcri, forse di personaggi importanti, ma successivamente assunsero la funzione di veri e propri santuari rituali o venerativi. Le raffigurazioni più belle sono date da serie cavalli disposti su tre file con linee molto eleganti che richiamano lontanamente uno stile greco vicino alle raffigurazioni equine rinvenute su vasellame protocorinzio. Nella parete a fronte della prima grotta si ha anche una rappresentazione molto interessante di un cavallo con cavaliere stilizzato e con una seconda figura umana con scudo che regge l’animale per le briglie. Prossima a questa anche altre figure di quadrupedi che sono state identificate come dei cinghiali. Nella seconda grotta si trovano invece delle figure di cervi con il capo reclinato frontalmente riprodotto con grande realismo.
Altre figure apparvero osservando meglio l’insieme evidenziando una chiara stratificazione dei graffiti tanto che gli studiosi indicarono due fasi: una prima, molto misteriosa e più antica, alla quale appartengono dei grandi cerchi probabilmente ottenuti con dei larghi compassi (all’interno di uno di questi grandi cerchi abbiamo anche scorto la presenza di una figura stellata i cui petali risultano essere incisi con la medesima tecnica del compasso). Sempre in questa prima fase sono da riferirsi anche dei segni a lisca di pesce verticali. La seconda fase è quella delle rappresentazioni di cavalli, cervi e cinghiali i quali, secondo alcuni, sottolineano l’importanza che dovevano avere questi animali per il popolo siculo e i loro riti. Evidenziamo, infatti, come da un lato si trova il cavallo, fondamentale mezzo di trasporto (e di battaglia) e dall’altro lato i cervi e i cinghiali che rappresentano la principale fonte di alimentazione dei popoli montani, animali che all’epoca dovevano scorrazzare numerosi nelle vaste foreste dell’entroterra dove i siculi vivevano gli ultimi decenni del loro dominio.
Queste rappresentazioni così vicine allo stile greco testimoniano la fase di compenetrazione delle culture come la lenta scomparsa dell’identità sicula in una progressiva resa, mentre il passaggio fra le linee geometriche e le raffigurazioni equestri, lo spartiacque di una evidente trasformazione. Confessiamo come ciò sia certamente affascinante, poichè trovandosi lì ad ammirare quei pochi frammenti di vita di un popolo oggi scomparso, è come percepire quell’essenza di gloria dimenticata, che con flebile voce torna a far eco nei nostri cuori, loro eredi, di quell’ultimo sussulto.
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Commenti
Ho visitato il tuo blog ed ho visto che ha lo stesso spirito di Sicilia Fotografica; se ti fa piacere possiamo scambiarci i link da inserire nelle nostre pagine per incrementare la fitta rete di portali dedicati alla valorizzazione della Sicilia.
Leggendo di questi graffiti ma della impossibilità a raggiungerli, non so se il tuo sforzo encomiabile di promuovere e fotografare queste meraviglie riesca a smuovere la popolazione e le istituzioni locali, solitamente silenti su questi problemi ed in particolare su un turismo diverso che non punta solo a Taormina e ai templi di Agrigento.
Pur senza pubblicità anch'io perseguo un fine analogo:http://siciliasegreta.blogspot.com/
Rolando
Un sito molto interessante... e poco conosciuto... molto belle le foto!!!Se non ho capito male la zona interessata e quella di Palagonia - Mineo?...
Un saluto... Giancarlo
Un caro saluto e a presto!!
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