
Ben sappiamo come Pantalica sia una stella di prima grandezza nel panorama archeologico e naturalistico della Sicilia e come le sue 5000 tombe indigene e l’area del promontorio inaccessibile, dove un tempo trovava sede la capitale dei siculi, troneggiano fra le meravigliose vallate dell’Anapo e del Calcinara. Le vicende umane qui hanno avuto una doppia ed intensa frequentazione con una separazione di oltre un millenio: la prima fase, la più gloriosa, diede origine al fiorente agglomerato siculo, la seconda, la più modesta, la si deve ai bizantini che qui trovarono un sicuro rifugio dalle invasioni musulmane. Pochi però sanno che da lì, alcuni chilometri verso ovest, trova luogo un altro piccolo tesoro archeologico, in contrada Giarranauti, infatti, i resti di un antico borgo tardo-romano giacciono su un alberato pianoro in mezzo al verde e al silenzio della natura.
Il sito è immerso nelle bellissime pinete del grande parco naturale e lo si raggiunge solo dopo alcuni chilometri di cammino nella quiete più totale attraversando i boschi lungo un comodo sentiero.
Abbandonata l'automobile quindi ci si incammina nel parco, un vero angolo di paradiso, dove essere coinvolti da questo insieme di pace e natura è pressoché immediato e subito si diventa come parte di esso in quanto la fitta boscaglia iniziale ci avvolge come un ombroso manto ricco dei suoni di uccelli e del fogliame scosso dal vento. Gli odori di foglie umide esalano dal sottobosco e squarci di luce inondano a macchie i colori delle cortecce e dei rami. Ci sorprende come in quei tratti si cade nel silenzio e la solitudine prende strada in noi, nessuno nei dintorni, nessuna voce, nessun rumore di passi, siamo nel pieno ventre della natura come umili visitatori di cotanta ricchezza.
Arrivati sul sito dell’antico villaggio iniziano ad apparire le prime costruzioni. La più importante e riconoscibile è la chiesetta mononave completa di abside dove possiamo ben distinguere i due accessi laterali ed uno centrale posto nella parte opposta dell’abisde. L’interno era suddiviso in due ambienti così come si osserva in tutte le chiese ed oratori bizantini segno di una separazione del culto fra l’officiante e i fedeli. Resta ancora visibile una parte della pavimentazione costituita da rozzi massi irregolari cementati, mentre sulla base del muretto tracce della malta incrosta i conci delle pareti. Tale chiesa probabilmente aveva una copertura lignea ed era in grado forse di ospitare dai 20 ai 30 fedeli. Restiamo a guardare colpiti dalla semplicità del rudere immerso in questa verde natura invernale con un bel cielo che ci regala suggestive composizioni.
Questo era il centro religioso del villaggio e ci domandiamo perché proprio qui, e che fine hanno fatto i pochi abitanti? Certo è che gli scavi condotti hanno dimostrato come tale villaggio fu abbandonato e le suppellettili e le poche monete rinvenute hanno fornito una datazione non superiore al VI sec d.C. quindi contigua all’inizio della frequentazione bizantina dell’area di Pantalica, il quale porta a dedurre un possibile trasferimento in un luogo più sicuro probabilmente con l’inizio dei primi tentativi di invasione musulmana dell’isola. In quest’ottica il villaggio di Giarranauti rappresenta un rarissimo esempio di una fase di transizione fra la fine dell’impero romano e l’arrivo dei bizantini che contiguamente popolarono il villaggio sulla cui area era già presente una popolazione di pastori.
La chiesa mononave non è tutto. Guardando attorno notiamo dei piccoli recinti di pietra che circondano l’area sacra e seguendoli nel loro sviluppo ad un certo punto convogliano in dei viottoli con tanto di incroci. Ciò è davvero sorprendente in quanto dopo oltre 1600 anni delle strutture rupestri così fragili come questi sentieri costeggiati da rozzo pietrame sono giunti fino a noi integralmente, testimoniando ancora una volta come tutta l’area non ha mai subito alcuna rilevante manomissione e le condizioni attuali sono solo il frutto dei numerosi secoli trascorsi.
E’ suggestivo quindi percorrere ancora queste stradine ed entrare in una di quelle che si dipartono dal sentiero principale per poi scoprire che ivi conduce ai resti di un’antica abitazione o di un antico edificio pubblico il tutto coperto da un manto di aghi di pino.
Fra gli edifici più interessanti che queste sorprendenti stradine ci mostrano solo alcune di queste sono state oggetto di un intenso scavo che ha messo in luce la presenza di forni di cottura probabilmente utilizzati per la produzione di ceramica, trovata qui in grandissima quantità, tanto che non molto lontano, veri e propri mucchi di cocci con decorazione a strisce piano-parallele e incrociate furono accatastate dagli archeologi. Tutti gli elementi raccolti vertono ad indicare come nel villaggio fosse presente un’intensa attività lavorativa artigianale e che quindi i suoi abitanti non si limitavano solo alla pastorizia o alla agricoltura, anche se i recinti di pietra rinvenuti attorno alle abitazioni sembrerebbero indicare la presenza di spazi riservati agli animali da fattoria.
Molto importante è anche la presenza a 500 metri di un’escavazione nella roccia calcarea di un complesso sistema di vasche di decantazione ed una grossa cisterna il cui utilizzo è ancora ignoto. Ad oggi l’interpretazione più accreditata è che un tale complesso sistema era parte di una conceria per le pelli. Dal pozzo della cisterna prendono origine due filari di piccole vaschette circolari comunicanti le quali sfociano in tre grandi vasche rettangolari ed una semicircolare posta all’estremità della struttura. Non lontano altri complessi sistemi di canalizzazione erano studiati per convogliare le acque piovane nella cisterna tutt’ora chiusa.
Ciò di cui si rimane colpiti dal villaggio bizantino di Giarranauti è la rarità del luogo in quanto è molto difficile trovare resti di abitati di quell’epoca prima che vi fosse l’arroccamento in siti meno accessibili con gli articolati sistemi di abitazioni scavati sul fianco delle valli calcaree. La chiesetta, le strade con assetto urbano irregolare, i piccoli edifici pubblici, le botteghe e i forni dei ceramisti, il tutto immerso nella bellezza dello stupendo parco naturale di Pantalica è un luogo da visitare e contemplare. Forse il fatto che un tale sito sia poco conosciuto e visitato pone a favore nel garantire il suo isolamento e la sua preservazione, ci auguriamo però che tale segregazione non diventi un dimenticatoio, anzi che l’interesse possa rinvigorire per far riprendere gli scavi alla ricerca di ulteriori indizi che possano aiutare ancor più a ricostruire la vita di quel piccolo borgo e magari a scoprire il presunto sito ancora non individuato della necropoli.
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