
La Sicilia è una vasta regione, non solo come territorio, ma anche come geomorfologia tanto da possedere una superficie molto variabile e complessa. Per chi è poco avvezzo sull’argomento basti sapere che essa è l’unione di due grandi placche terrestri: la placca europea, caratterizzata dalle catene delle Madonie e dei Nebrodi, esatta continuazione dell’Appennino, e la placca africana, costituita da tutta l’area sud-orientale con l’altopiano degli Iblei. Gli Iblei sono costituiti, sin dagli strati più profondi, da lunghe sequenze di calcari, un tempo fondali marini, i quali, grazie ai milioni di anni e a complessi moti geodinamici, sono emersi formando un vasto altopiano.
Questo reportage si concentra proprio su questa seconda area ed avrà come tema una forma di archeologia che si fonde con la geologia per dare vita ad un’archeologia industriale molto peculiare.
Ciò che noi cercheremo stavolta non sarà così facilmente visibile, dovremmo scendere in basso, molto in basso, nelle più lontane profondità rocciose fino ad incontrare una sequenza chiamata
Formazione di Noto a circa 6 km di profondità. Essa rappresenta un intervallo in cui tutta l’area oltre 200 milioni di anni fa era una vasta pianura di mare molto basso inondata a tratti dalle oscillazioni di marea e dove, a causa della bassa circolazione oceanica, si formavano ampie zone con basso tenore d’ossigeno che rallentava la decomposizione di piante ed animali, permettendo un massiccio accumulo di materia organica che poco più là si sarebbe trasformata nel prezioso oro nero: il petrolio!
E’ si, grandi sacche di petrolio si trovano con tutta probabilità sparse a sei chilometri di profondità su quel livello lungo tutto l’altopiano e non è raro che in alcuni casi per vari fenomeni questo prezioso liquido risalga verso gli strati superiori arrivando addirittura in superficie. Quando ciò accade, l’attraversamento di tutti quei chilometri di rocce, lo porta ad essere molto inquinato trasudando con una consistenza densa ed oleosa sottoforma di bitume.
Verso la fine del ‘700 in una località molto vicina al bel paese di Modica iniziarono gli scavi delle miniere estrattive per il bitume che sarebbe servito per asfaltare le strade delle grandi città anche europee, con l’avvento del motore a scoppio esso divenne merce preziosa durante tutta la rivoluzione industriale. Le miniere lavorarono fino ai primi decenni del ‘900 quando con l’inizio della prima guerra mondiale caddero in crisi e da lì a pochi anni chiusero.
La
miniera asfaltifera di M. Renna rappresenta un bellissimo esempio di un lungo periodo storico ed è diretto testimone di quella rivoluzione industriale che mutò radicalmente la società e il modo di vivere mondiale. Un’antica costruzione in muratura spicca sul paesaggio ed al suo interno conserva un imponente cilindro in ferro che con tutta probabilità costituiva la caldaia del motore a vapore che serviva per gestire l’ascensore onde permettere agli operai di accedere alle miniere dal pozzo lì vicino, infatti, a poca distanza un relitto di una torre a tralicci si trova ora accasciata su se stessa e reca il peso degl’anni. Proseguendo una collinetta di pietrame ordinatamente disposto documenta il grande lavoro di estrazione con il poderoso accumulo degli scarti e del materiale di risulta.
Dalle miniere oggi si entra dall’unica galleria dove gli andirivieni dei carrelli uscivano colmi di rocce annerite dal bitume e rientravano vuoti, da lì subito, ci s’immerge in una strana atmosfera: la secca aria di campagna fa posto a folate umide e fresche dell’alito della terra, i rumori del vento, del fruscio degl’alberi, del canto di uccelli scompaiono e si viene ben presto avvolti inizialmente da un cupo silenzio, poi da un insistente gocciolio d’acqua il quale pervade l’oscurità perdendosi in lontananza. Qui le gallerie di estrazione si svolgono per 1600 metri in modo assai irregolare con grandi pilastri rocciosi lasciati per tenere le volte del soffitto e da corridoi stretti dai quali si aprono larghe caverne che segnano il luogo dove venivano rinvenute vene molto ricche. Poi guardando attentamente le rocce che ci circondano facciamo il primo incontro con il padrone di casa: colate di nero liquido sgorgano lente da piccole ferite; il famoso bitume, l’antico petrolio, ciò che rimane di antiche piante ed animali vecchi di oltre 200 milioni di anni, sgorga in sottili e dense colate disegnando rigagnoli e pozze sparse lungo il nostro tragitto. Alcune larghe pozze nere si trovano a terra ed indicano fuoriuscite dal basso dalle vene inferiori, una lentissima fontana senza zampillo ma che lenta ed inesorabile si espande lentamente per decenni e decenni.
Il nostro incedere incerto ci porta sempre più all’interno scoprendo anfratti quasi surreali in un’atmosfera che ha poco di umano come in un’indagine nell’intimo della natura. Scopriamo dei piccoli laghi sotterranei dove l’acqua nel corso dei secoli goccia dopo goccia ha man mano colmato ciò che era il livello inferiore della miniera allagandolo completamente e quell’immota presenza sembra quasi invisibile alla luce delle lampade tanto è chiara la sua purezza.
Più il tempo passa e più ci accorgiamo che quell’umida grotta è viva, la sua pelle trasuda di antico petrolio ed acqua, e la combinazione dei due genera colori mai visti: il calcare disciolto dal carsismo si mescola con il nero bitume e le concrezioni miste ricoprono ampiamente alcune porzioni della grotta come affreschi d’arte contemporanea. A tratti le rocce assumono una consistenza scarlatta, altrove azzurra, un caleidoscopio naturale e intensamente suggestivo al quale non eravamo di certo abituati. A terra le concrezioni calcaree attorno ai sassi sgretolati dai colpi di asce formano tappeti di levigati e morbidi pisoliti tipici di grotte naturali.
Più passa il tempo e più ci accorgiamo che la natura con il suo lento ed inesorabile incedere si riappropria dei suoi spazi e del suo tempo oltre l’effimera esistenza dell’uomo.
Infine, risalendo in superficie, ci si risveglia da un sogno poiché così appaiono nella nostra memoria quei luoghi d’un tempo di fatica e di lavoro e nella sua umiltà la timida fotografia ci permette a tratti di dare uno sguardo più concreto, di testimoniare attraverso le flebili luci nell’oscurità la seguente essenza: nulla della mano dell’uomo per lungo tempo può resistere, la natura presto o tardi si riappropria di ciò che è suo cancellando sempre di più le tracce del nostro passaggio.
A conti fatti la miniera asfaltifera di Monte Renna è un invito a non dimenticare il ruolo che ha l’uomo nel sistema del ciclo naturale e la possibilità di poter istituire tale struttura come parco minerario potrebbe essere un ottimo incentivo per evidenziare il contrasto fra la mano dell’uomo e la mano della natura.
Commenti
ma è a Scicli...
vicino alla spettrale "Casina Russa",dove ci sono avvistamenti di fantasmi!!!
chiara
Riguardo alla questione che poni relatica alla Formazione di Noto, intendo un'antica sequenza deposizionale di epoca mesozoica ed in particolare modo del Triassico sup. Retico. Da questa formazione e la contigua Formazione di Streppennosa hanno orgine i depositi di petrolio. Sono cmq senquenze che non emergono i superficie.
La Formazione di Ragusa è invece più tarda e sono le celebri sequenze di calcari di mare distale dell'Oligocene- Miocene, mentre la formazione di Palazzolo rappresenta una deposizione di calcari di profondità intermedia fra la formazione Tellaro (dominio di acque profonde) e i depositi di mare poco profondo della facies est. Non so se sono stato molto chiaro!
Saluti!
ma dove si trova esattamente questa miniera?
La miniera si trova a sud di Modica non lontano dal paese in contrada Steppennosa.
foto molto interessanti ...
ciao a tutti
foto molto interessanti ...
ciao a tutti
Grazie del tuo commento sulle foto!
Hai proprio ragione, la natura prima o poi riprende quello che è suo e lo rende ancora più bello. Delle foto mi sono piaciute molto le fuori uscite di bitume dai calcari secondo le dirrezioni di frattura (penultima foto)
Grazie del commento!
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