 Chi non ha confidenza con il dialetto siciliano, sentendo pronunciare il termine tabuto, certamente non avrà alcuna reazione, al contrario declamandolo sonoramente al centro di una qualsiasi piazza di un qualunque paesino della Sicilia, provocherete, in chi vi ascolta, tutti i dovuti scongiuri scaramantici. La parola tabuto, infatti, è un’antica eredità araba impressa nel dialetto e proveniente intatta dall’antico termine tabut che indica sepolcro o tomba; nell’idioma siciliano tale espressione assume il significato di cassa da morto. La lingua di un popolo e tutte le sfumature dialettali raccontano nell’intimo la sua storia, in Sicilia più che in altre regioni, il dialetto raccoglie l’eredità di tantissime influenze secolari, grazie alle continue dominazioni che periodicamente hanno calcato queste terre.
Sebbene di architetture e resti della frequentazione araba, avvenuta tra la fine dell’800 d.C. fino all’anno 1000, non ne siano rimaste molte, la presenza nel dialetto e nella toponomastica è molto importante, in particolar modo quest’ultima è evidente su tutto il territorio da occidente ad oriente, e spesso testimonia l’origine antica di molti luoghi, passando attraverso i nomi delle città , di fiumi, di sorgenti, di monti, ecc... Ritorniamo però al termine arabo tabut, italianizzato in tabuto, perché dalle parti del bel paesino di Comiso nel ragusano, esiste una blanda collina che porta questo nome. Nella verosimile ipotesi che siano stati direttamente gli arabi a battezzare tale luogo come tabuto, ci chiediamo come mai scelsero proprio questo macabro e poco rassicurante nome? Certamente non è stato un caso, e l’osservatore attento può anche constatarlo di presenza giungendo sul posto ed osservando lungo la strada, che ne costeggia le pendici, alcuni ingressi di grotte irregolari all’interno delle quali furono rivenute ossa molto antiche di seguito studiate dagli archeologi come Paolo Orsi. Ecco quindi spiegato l’arcano. Non sarà che gli arabi, esplorando queste grotte rinvennero resti mortali di uomini, tanto da considerare quel monte come una tomba? Possibile. Tuttavia le sorprese non finiscono qui. Entrando all’interno di queste latebre, si percepisce inizialmente l’impressione di trovarsi in una grotta naturale vista l’irregolarità delle gallerie, ciononostante, tale sensazione decade ben presto, in quanto la presenza di pilastri irregolari, risparmiati da chi le scavò per stabilizzare la struttura sotterranea, indicano una lontana logica che non ha nulla a che vedere con la natura. L’impronta dell’uomo è evidente ed è spontaneo domandarsi il perché di queste grotte visto che non hanno neanche lontanamente l’apparenza delle tombe preistoriche a grotticella alle quali siamo orami abituati. La risposta, dopo un’attenta osservazione delle rocce, balza subito agli occhi: le rozze pareti sono, infatti, costituite in parte da livelli di una roccia durissima, le cui fratture somigliano molto a quelle del vetro, tale roccia prende il nome di selce.
La selce è una roccia particolarmente compatta che quando si frammenta produce delle fratture taglienti, tale caratteristica non poté sfuggire agli uomini primitivi, che lavorandola con la tecnica della scheggiatura, riuscivano ad ottenere facilmente degli strumenti affilati sia per uso quotidiano, sia per la produzione di armi adibiti alla caccia e alla difesa. Da ciò si comprende molto bene l’importanza che ebbe la selce in un determinato periodo della storia dell’uomo. Vediamo cos’è esattamente la selce e come si origina. Brutalmente la selce è un biossido di silicio (due atomi di ossigeno uniti ad uno di silicio), tale composizione è la stessa identica del quarzo ma a differenza di questa, la selce non si trova in uno stato minerale, quindi con una struttura ordinata, bensì è amorfa, così come il vetro. Non a caso i popoli della preistoria erano propensi sia all’uso della selce che del vetro vulcanico, l’ossidiana, per le proprietà appena descritte. La selce si trova principalmente negli antichi depositi marini fossili di tipo calcareo come nei Monti Iblei della Sicilia sud-orientale, i quali sono costituiti principalmente da calcare e dove ogni tanto alcuni strati presentano intercalazioni di duri livelli di selce. L’origine di questa roccia, quindi, è di tipo sedimentario, cioè dovuta all’accumulo di piccolissimi organismi platonici aventi guscio siliceo; quando questi gusci silicei arrivano sul fondo, si trovano misti ai più numerosi resti di gusci calcarei di altri organismi. Successivamente, con il peso dei sedimenti sovrastanti che si accumulano nei milioni di anni, la pressione litostatica deforma e dissolve i gusci di silice, la quale non essendo solubile nel calcare, tende a raccogliersi in noduli e in liste, un po’ quello che accade quando nell’acqua versiamo dell’olio da cucina. Ecco quindi, che dopo svariati milioni di anni, questi strati a causa dei movimenti tettonici della terra emergono così da poterne leggere la storia e la composizione o nel caso dei primordi della civiltà umana, sfruttarli per ricavare utensili.
Le grotte di Mt. Tabuto rappresentano qui le più antiche miniere della Sicilia e risalgono tra il 2200 a.C. e il 1800 a.C., quindi riferibili al periodo castellucciano nella fase più antica dell’età del bronzo, quando l’uso della selce era estremamente diffuso. Successivamente, quando si esaurì il loro sfruttamento, le cavità ricavate furono utilizzate come sepolcri. Si tratta dunque di un aspetto estremamente raro di archeologia industriale non solo in Sicilia ma anche in Italia ed in Europa, in quanto se dovessimo cercare dei confronti diretti nel nostro paese citeremmo le miniere neolitiche di selce di Defesola di circa 5000 anni più antiche, mentre fuori dai confini italiani, le celebri miniere belghe di Spiennes. A testimonianza di come le miniere di selce di M. Tabuto divennero una delle principali occupazioni industriali e commerciali per le popolazioni locali, è il fiorire di villaggi ed aggregati su quasi tutte le cime dei dintorni, in particolare sul Mt. Sallìa. Si creò con il tempo una vera e propria catena di produzione, la quale iniziava con l’estrazione in miniera di grandi blocchi per mezzo di strumenti litici quali asce basaltiche e la successiva lavorazione con una fase di sbozzatura sul posto, infatti, nei pressi delle miniere rimaste e nelle cavette di estrazione è molto facile rinvenire scarti di lavorazione o utensili appena abbozzati.
Entrare all’interno di queste miniere vuol dire entrare all’interno di una macchina del tempo, poiché qui lo scorrere dei secoli si è fermato nel momento in cui gli ultimi uomini di quella cultura castellucciana le abbandonarono oltre 4000 anni fa, e da allora solo i curiosi e gli archeologi ne hanno calcato il suolo. La base delle miniere è ancora ricoperta da uno spesso strato di polvere calcarea derivata da secoli di escavazione che è rimasta lì per millenni ricoprendo il pavimento di un suggestivo manto bianco. Per la Sicilia si tratta dell’ennesimo prezioso gioiello archeologico che attende di ritornare all’attenzione generale vista la rarità e la particolarità del luogo, tuttavia, comprendiamo come non sia affatto semplice poter rendere fruibili queste miniere a causa delle cattive condizioni e l’alto rischio di crolli a meno di non compiere interventi di recupero e di restauro. Attendiamo, forse arriveranno tempi migliori per la cultura, o forse no.
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