
Guai trascorrere una sola notte sul
Monte Navone, strane leggende anelano sulle sue balze ed a volte probabili fiere di demoni festeggiano furenti, ammucchiando pietre e disegnando cerchi con figure bizzarre per terrorizzare anche gli uomini più impavidi. Guai a trovarsi lassù in quelle notti, i suoi numerosi misteri sono segno di cattivo presagio ancor’oggi che viviamo in un epoca dove i più oscuri racconti ormai sembrano non influenzare più di tanto i cuori degl’uomini, eppure quella montagna isolata nella grande piana collinare porta con se rinchiusi grandi frammenti di storia fin dai più suoi più remoti albori, frammenti che attendono da millenni di tornare alla luce per narrare le loro vicende. Siamo nel territorio di Piazza Armerina quasi al limite con Barrafranca nella Sicilia più interna, lì i paesaggi si ammorbidiscono in dolci colline essendo le ultime propaggini degli Erei e fra ampi spazi fanno la comparsa di tanto in tanto montagne isolate ed imponenti.
Monte Navone è una di queste: la sua morfologia consiste in un elevato che termina superiormente in un vasto altopiano dalla forma allungata in direzione est-ovest separato da un piccolo promontorio per mezzo di una sella che garantisce l’unico punto d’accesso. Questa morfologia ricorda molto quella di un altro importantissimo monte nel territorio di Giarratana, ovvero Monte Casale al disopra del quale sorgeva l’antica città greca di Casmene.
Questa sua morfologia e gli scoscesi fianchi del monte resero il pianoro difficilmente accessibile da ogni lato e ciò non lasciò di certo indifferenti le antiche popolazioni che erano alla ricerca di un luogo sicuro e ben protetto dove poter tentare di vivere con un certa tranquillità . Sta di fatto che l’altopiano di M. Navone fu frequentato dal neolitico con tracce di una cultura di tipo stentinelliano fino al medioevo ed esattamente fino al 1299. Notare l’estrema precisione sulla data che ne indica la sua fine, un infame scherzo della storia? Vedremo di seguito il motivo di questa brusca interruzione.
Per giungere sulla cima di M. Navone bisogna fare un bel po’ di strada ma il luogo tranquillo ed isolato in una bella giornata di fine primavera rende il tutto meno difficile, se poi si pensa di dover attraversare una grande area dedicata al rimboschimento forestale dove predominano alberi di eucalipto la salita diventa molto meno dura del previsto. In ciò ci s’immedesima quasi nell’esperienza di coloro che avrebbero dovuto raggiungere la cima del monte; immaginate quindi interi eserciti o gli stessi abitanti che ivi tornavano dopo una battuta di caccia o dopo aver concluso affari commerciali. Ci godiamo quindi quelle intime sensazioni d’un tempo prima di giungere in uno dei luoghi più misteriosi di Sicilia. Non è un luogo comune definirlo proprio in questo modo, M. Navone è quasi l’emblema del grande mistero archeologico isolano dove anche gli interventi archeologici del passato non hanno restituito materiale che potesse gettare chiarezza sulla sua identità . A causa di ciò la magia che respira giungendo sull’altopiano è unica in virtù della ricchezza non ancora svelata ed dei tanti racconti e leggende che si accavallano nella fantasia non intaccate dalla fredda scienza archeologica, la quale con la sua necessaria analisi metodica, definisce il limite tra le emozioni fantastiche e le emozioni più razionali della cultura.
Arrivati in cima, un vento insolitamente caldo ci investe a tratti, un panorama immenso si apre in ogni direzione e sebbene la giornata fosse afosa la percezione degli spazi era avvertibile. Incamminandoci verso il pianoro dopo aver oltrepassato il sentiero intrapreso fino alla sella, giungiamo sul’altopiano dove un tempo esisteva un qualche borgo medievale il cui nome certo oggi si perde nelle leggende.
Mentre ci addentriamo fra l’erba e le rocce non possiamo fare altro che notare fin da subito le macerie del borgo miste a numerosissimi frammenti di ceramica rossa i quali consistono in maggioranza nelle antiche tegole di case medievali tanto che in poco tempo entriamo all’interno di quella storia che terminò improvvisamente nell’anno 1299 in uno dei tanti eventi tragici che si svolsero durante la lunga guerra dei vespri.
In quegl’anni il borgo di M. Navone, forse dal nome di Naone, apparteneva al feudatario Giovanni Barresio il quale si schierò dalla parte di Giacomo II d’Argona che appoggiò la causa angioina contro il fratello Federico III d’Argona nominato da poco Re di Sicilia diffusasi la falsa diceria della morte stessa di Giacomo; infatti, Federico III non accolse di buon grado il fatto che era stato escluso dalla spartizione dell’isola di Sicilia dallo stesso fratello. Giovanni Barresio però non fece una scelta saggia accogliendo le truppe di Giacomo II, poiché Federico III inviò a Naone l’esercito guidato da Manfredi II Chiaramonte il quale distrusse l’intero borgo proprio nel 1299. Tutto fu raso al suolo, persino lo stesso castello e con esso anche la memoria.
Ciò che noi oggi vediamo in se non è altro che quell’evento storico in tutta la sua integrità , un ossimoro invalicabile se si pensa alla somma sorpresa nel riuscire a trovare di tanto in tanto qualche frammento di muro ancora in piedi, anziché cumuli di macerie informi spesso raccolti.
Proseguendo verso est il pianoro è interrotto da un rilievo, il quale, secondo alcuni, era sede del castello, alla base alcuni muri residui sparsi nelle sue pendici hanno uno sviluppo concentrico e sembrano indicare una fortificazione ad aggere; purtroppo però ciò che resta è quasi nulla e non è possibile avere neanche una minima idea dell’impianto.
Se risaliamo ancora indietro nella storia del borgo si giunge molto lontano, esso fu probabilmente un centro siculo ellenizzato in modo assai simile ai resti del borgo di Castiglione, già trattato in un passato reportage. Grazie a foto aree fu addirittura individuata l’antica strada principale dalla quale si partivano le traverse parallele, forse riprese nei tempi successivi. In quell’epoca non sappiamo che nome avesse l’abitato, forse
Nonima,
Nauno, o
Naona, in quanto si ha solo testimonianza di un borgo di nome
Mons Naonis in epoca tardo imperiale e bizantina. Durante la dominazione araba assunse il nome di
Anaor e fu probabilmente islamizzato da popolazioni berbere, mentre dopo la riconquista araba e precisamente nel 1093 fu sotto la diocesi di Siracusa concessa dal Granconte Ruggero. La storia poi prosegue con l’investitura ad Abbo Barrì il Giovane da parte di Federico II, fino al già citato Giovanni Barresio.
Tantissimi sono i cocci di ceramica medievale in superficie ed altrettanto sono i frammenti di ceramica greca dell’antica città , mentre sparsi vicino ad un lungo muro di pietra due macine basaltiche ci indicano tempi ancora più remoti. Tutto resta lì, nel silenzio da oltre settecento anni e la percezione del suo mistero e dell’intrinseca bellezza ci pervadono l’anima d’incommensurabile fascino, lo stesso fascino delle leggende tramandate nei secoli o degl’impressionanti racconti di contadini che spaventati narravano il rinvenimento di strani allineamenti di pietre, opere dei demoni burloni della storia passata.
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